Autorità, Illustri Sindaci, Amministratori di questo piccolo angolo di oceano padano per citare una poetica espressione di un nostro conterraneo, ora professore all’Università di Pavia,
ciascuna svolta del destino può avere la sua interpretazione, ma ha anche la sua bellezza. Da Papa Francesco che, nel 2019, inaspettatamente si inginocchiò davanti ai leader del Sud Sudan per chiedere il cessate il fuoco, ai tanti gesti quotidiani dei tanti volontari, operatori di pace, nel nostro territorio.
Prima di diventare una storia, ciascuna vita si offre alla vista come una sequela di immagini. E chiede innanzitutto di essere guardata. Anche se ciascuna immagine è certamente pregna di significati, suscettibile di analisi, quando saltiamo ai significati senza apprezzare l’immagine, perdiamo un piacere che non potrà essere recuperato da nessuna interpretazione, per quanto perfetta. Senza contare che avremo eliminato il piacere dalla vita che stiamo considerando: la bellezza che essa dispiega sarà diventata irrilevante per il suo significato.
L’indagine medicalizzante insaziabile non è l’unica forma di rimedio ai nostri mali, l’autoanalisi non è l’unica forma di consapevolezza. L’apprezzamento estetico di un’immagine rallenta questa fame indagatoria, placa la febbre, la frenesia di scoprire subito un perché. In qualche modo la bellezza “arresta” il moto dice San Tommaso (nella Summa Theologiae). La bellezza è in sé stessa una cura per il malessere della psiche.
Ma qual è il malessere delle nuove generazioni, oggi?
Per quanto ne posso avere contezza per il servizio che svolgo in Caritas a livello diocesano e nazionale, sono solito usare questa definizione: il malessere delle nuove generazioni è il male delle “passioni tristi”, un termine mutuato da Spinoza e ripreso da un acuto osservatore del mondo giovanile, il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag: la tristezza non è un semplice sentimento, ma una diminuzione della potenza di agire.

Se la passione gioiosa è quella che aumenta la nostra forza, la nostra capacità di fare e di pensare, ecco che le passioni tristi sono quelle che ci rendono impotenti, passivi, anestetizzati, appunto.
Questo, purtroppo, spiega ad esempio i dati allarmanti sui comportamenti autolesivi e suicidari dei giovani (seconda causa di morte in Italia [sic!]). In un rapporto promosso da Fondazione Cariplo che analizza i dati delle ATS lombarde, si parla – sopratutto dopo il covid – di un aumento vertiginoso di questi casi. Il comportamento autolesivo è spesso transdiagnostico, cioè non legato a un solo disturbo, ma attraversa diagnosi diverse: dai disturbi dell’umore, della condotta, ai disturbi alimentari e gravi condizioni d’ansia. E queste sono solo la punta dell’iceberg…
Oggi i giovani vivono in uno stato di impotenza non perché manchino loro le “cose”, ma perché sentono di non avere presa sulla realtà. È così che il futuro da promessa si trasforma in minaccia da evitare, in extremis anche con la morte.
Per questo oggi quando parliamo di povertà non parliamo più solo di chi dorme per strada, le nuove povertà riguardano ad esempio:
- quella relazionale: la solitudine, un terreno fertile per le dipendenze da sostanze o digitali;
- o la povertà educativa e culturale: tradotto, la mancanza di strumenti per interpretare il mondo. Senza “parole” per descrivere il proprio malessere, l’unica risposta diventa il “corpo” (l’autolesionismo come si diceva prima). “Se non ascoltate il grido delle parole, ascolterete quello del mio corpo”;
- o infine il working poor, il lavoro povero: questo vale sia per gli italiani che per gli stranieri: chi lavora ma non riesce a superare la soglia di sussistenza. Prevalgono fenomeni come la ludopatia: la scommessa – non quella pascaliana – viene percepita come l’unica disperata “politica economica” per cambiare la propria vita.
Allora ecco la via estetica, cioè, etimologicamente parlando, la via sensibile, che torna alle immagini – non quelle scrollate compulsivamente sui social – ma quelle che ci parlano. Che ci costringono a fermarci. L’atto estetico è quando l’immagine di un cosa — un volto, un’opera di questo Museo, una ferita sociale — “salta agli occhi” e ci tocca. Non è un giudizio intellettuale, ma una reazione viscerale (“questo mi scuote”). Ed è su questa via che si può riscendere insieme verso Gerico, e farci scuotere come il Samaritano di fronte all’immagine del morente ai bordi della strada, soprattutto se ferito a morte da un male che fatichiamo a riconoscere (come avviene per le nuove povertà e dipendenze).
L’immagine della morte, del non-più-io, ci incute paura. Ma come singoli e come comunità possiamo essere noi il “prossimo tuo”, e in questo approssimarsi tornare a sentire la vita, uscire dall’anestesia in cui si è intrappolati.
E mi avvio alla conclusione: Il simile cura il simile. Una teoria sulla vita deve fondarsi sulla bellezza, se vuole spiegare la bellezza che la vita cerca. Se la povertà è anche “mancanza di bellezza e legami”, allora la terapia non può essere solo disintossicazione chimica. Deve essere “rieducazione alla bellezza”: e questo può avvenire ritornando ai noi stessi, a guardare le nostre vite e di chi ci sta vicino.

Un ritorno alla pienezza dell’origine, un essere prima di tutto prossimi a sé stessi; permettermi quindi di concludere fermandoci, facendoci colpire dal Polittico del Piazza qui di fronte a noi: Maria, dalla sua vita di quaggiù (Dormitio virgis, al centro fra San Bassiano e San Sebastiano), ri-torna alla vita di lassù (l’Assunzione nell’Eterno), non la morte quindi, ma la vita, il ritrovare sé stessi all’origine: cioè nel caso di Maria, l’annunciazione (nei due pannelli laterali superiori).
Qual è allora l’immagine della nostra annunciazione?
Anestesia – estetica – cura
[intervento al Colloquio di San Bassiano, 19 febbraio 2026, Museo Diocesano di Arta Sacra, Lodi]